FAQs

Il pap-test (ideato da George Papanicolaou e diffuso negli anni '40) è un test di screening, non un test diagnostico. Questo vuol dire che non fa diagnosi, ma "seleziona" all'interno della popolazione generale (sana) quella quota di donne a maggior rischio per la presenza di lesioni pre-tumorali di alto-grado (CIN2-3) e pertanto, a loro volta, a rischio di sviluppare un cancro del collo uterino. Per l'esecuzione di questo esame è necessario il prelievo di una piccola quantità di cellule della cervice uterina. Una volta in laboratorio, il campione viene esaminato al microscopio. 

Il referto, viene comunicato con una sintetica descrizione dello stato delle cellule. L'attuale sistema di refertazione, Sistema Bethesda, suddivide i risultati del test in:

Il Pap test è stato (ed è tuttora) uno strumento di grandissima efficacia nello screening, soprattutto quando viene ripetuto regolarmente (al momento attuale, nel programma organizzato italiano, ogni 3 anni in caso di negatività).

Tuttavia, non è infallibile: la sua sensibilità viene valutata in circa 50-70%; questo significa che il Pap test può fornire "falsi negativi", cioè non identifica la patologia al momento già in atto. Questo è possibile se il campione esaminato non contiene una quantità sufficiente di cellule cervicali, oppure se le cellule atipiche sono "nascoste" da muco o infiammazioni della cervice, oppure semplicemente se i segni dell'atipia sfuggono all'attenzione del citopatologo (infatti questo senso il pap-test è un tipico esempio di test soggettivo). 

Confronta il capitolo "Ruolo storico del pap-test"

L'HPV-test, come il pap-test, non è un test diagnostico, ma un test di screening. Questo vuol dire che non fa "diagnosi", ma seleziona all'interno della popolazione generale (tramite il programma di screening) quella quota di donne a rischio per la presenza di lesioni pre-tumorali del collo dell'utero (CIN 2-3).

L'obiettivo dell'HPV-test, quindi, non è identificare in sè l'infezione da papillomavirus, ma quelle donne in cui c'è il rischio che l'infezione abbia provocato la lesione pre-tumorale. In questo c'è la enorme differenza rispetto ad altri test, come quelli di microbiologia che mirano all'identificazione dell'infezione: per esempio, per l'HIV (questa volta, invece, si parla correttamente di test diagnostici) 

RAFFRONTO TRA PAP-TEST E HPV-TEST

ASSOLUTAMENTE NO! Nella maggioranza dei casi la banale infezione provocata da questo virus (definita anche CIN1) non causa alcuna alterazione e regredisce spontaneamente nell'arco di 12-18 mesi, specie nelle adolescenti e giovani donne. Di solito tra l’infezione (CIN1) e la progressione a lesioni pre-tumorali (CIN2-3) intercorrono alcuni anni, e qualche decennio per l’insorgenza del cancro invasivo. Questo lungo tempo di latenza consente di organizzare un efficace programma di prevenzione (screening).

Pur essendo possibili altre forme di trasmissione dell'HPV, quella prevalente avviene per via sessuale, e quindi (sia per la donna che per l'uomo) il fattore di rischio è il comportamento sessuale, cioè soprattutto numero di partner ed età di inizio dell’attività sessuale. Infatti, pur non essendo necessaria la penetrazione, è proprio l'attività sessuale che facilita il trasferimento del virus da un soggetto all'altro. Non si può trasmettere in piscina o nei bagni pubblici. 

Ma l'atto sessulae è (per definizione) il vicendevole e fisiologico scambio di una quantità di germi, batteri e (perchè no?) virus come l'HPV. Tant'è che nel periodo dell'adolescenza e fino a 30 anni circa, laddove c'è normalmente una maggiore promiscuità sessuale, è così frequente la positività all'HPV-test che non viene consigliata l'esecuzione del test.

Confronta il capitolo "L'infezione da HPV: Tramissione"

 

Non esiste alcuna cura medica per l’infezione, cioè un farmaco antivirale specifico contro l'HPV. Ciò che si può fare è, di fronte ad una banale infezione da HPV (CIN1), attendere l'eventuale regressione spontanea (che avviene nell'80% delle giovani donne, ma nell'arco di 12-8 mesi circa) ovvero consigliare un trattamento distruttivo dell'area infetta (per lo più con laserterapia) in caso di persistenza nel tempo dell'infezione.

Altro è, invece, il discorso per le lesioni HPV-correlate di alto-grado (CIN 2-3). Queste sono definite delle vere lesioni pre-tumorali (soprattutto il CIN3) e che necessitano nella maggior parte dei casi un intervento ecissionale di conizzazione o LEEP.

Infine, un accenno a parte si deve fare per i condilomi a localizzazione cutanea ano-perineale, in cui c'è uno spazio per un trattamento medico (come l'applicazione di acido tricloroacetico) o l'utilizzo di immunomodulatori (come l'Imiquimod).

Bisogna ricordare che durante i rapporti ci si trasmette, vicendevolmente, una quantità di germi/batteri/virus/protozoi...insomma di tutto e di più, e quindi è veramente difficile impedirlo. L'uso del preservativo diminuisce la possibilità di trasmissione dell'HPV, ma non lo annulla del tutto. Ma come sempre, in caso di malattie infettive, il problema risiede nelle nostre capacità di difesa, cioè del nostro sistema immunitario.

Il mezzo più efficace è ovviamente la vaccinazione. Il programma di vaccinazione è proposto con offerta attiva e gratuitamente alla popolazione femminile (12enni) dal 2007. Dopo che alcune Regioni italiane (Puglia, Sicilia, Veneto...) hanno iniziato spontaneamente la vaccinazione del maschio, il programma organizzato per la vaccinazione HPV è stato esteso su tutto il territorio italiano.

Per quanto ci è dato a sapere, la risposta è sì. L'assenza di HPV ad alto-rischio implica la quasi-impossibilità di avere o sviluppare negli anni immediatamente successivi un cancro del collo dell'utero. I dati già in nostro possesso (leggi "Screening: pap-test e HPV-test", oppure "Prevenzione: quale test") indicano chiaramente l'elevato grado di rassicurazione che ci offre un test HPV negativo: cioè fino a 5 anni, e quindi decisamente superiore a quanto offerto da un pap-test negativo.

La precisazione del "quasi-impossibilità" cerca di tradurre l'eccezionalità dell'evento, e sta a significare che il concetto del rischio zero non esiste in nessuna attività umana (che sia di prevenzione o altro). Facciamo un esempio: chi non viaggia mai in aereo non ha alcuna possibiltà di morire in un incidente di volo; questa possibilità è implicita in chi vola, ma è molto improbabile che possa succedere, cioè è un evento eccezionale. 

La maggior parte delle infezioni da HPV (comprese quelle da genotipi ad alto-rischio) sono transitorie e pertanto andranno via da sole in 12-18 mesi (specie nell'adolescenza e tramite il nostro sistema immunitario) senza lasciare alcuna conseguenza. Solo il 10% di queste infezioni persiste nel tempo, ed infine solo una minima parte di quest'ultime (in presenza di alcuni cofattori favorenti, come il fumo di sigaretta) può dare origine ad un cervicocarcinoma. 

Per spiegarla diversamente, considera che l'80% delle donne (ma anche degli uomini) viene in contatto con l'HPV, soprattutto con i genotipi ad alto-rischio, ma il Italia ci sono ogni anno meno di 3000 cancri della cervice. Prova ora a pensare quante sono le donne in Italia: circa 30 milioni? Ebbene, quant'è l'80% delle donne italiane? Da qui capisci bene l'eccezionalità della trasformazione tumorale.

Quindi, tutto ciò che dovrai fare di fronte ad un HPV-test positivo è praticare un pap-test per capire se l'infezione ha provocato delle lesioni pre-tumorali sul collo dell'utero. In caso affermativo dovrai fare un ulteriore approfondimento (colposcopia con eventuale biopsia), in caso contrario dovrai ripetere dopo un anno il pap-test. 

Confronta il capitolo "Vantaggi dell'HPV-test"

La trasmissione materno-fetale può avvenire durante la gravidanza o, più frequentemente, durante il parto. Pertanto, molti neonati (fino  al 20%) hanno positività per l'HPV a lvello orale o genitale. Ma questo non vuol dire assolutamente nulla, poichè la stragrande maggioranza di questi neonati si libererà dell'HPV entro pochi mesi dalla nascita. In una quota eccezionalmente piccola (4 su 100.000 nati) si manifesta la papillomatosi laringea ricorrente.

Pertanto non c'è indicazione ad eseguire il taglio cesareo di routine in donne con HPV, se non in caso di lesioni ostruttive lungo il canale del parto (confronta anche "Papillomatosi respiratoria" e "Gravidanza").

Pensa, inoltre, a quanti altri germi, virus, batteri trova il feto durante il parto, quanti ne incontrerà iniziando a gattonare, quanti andando all'asilo, quanti incominciando l'attività sessuale. Insomma, quello che conta non è (solo e sempre) l'esposizione ad un germe potenzialmente patogeno, ma la nostra difesa immunitaria. 

Assolutamente no! Sono descritti nel mondo oltre un centinaio di test per il rilevamento dell'HPV, ma solo alcuni sono validati per l'utilizzo nella prevenzione del cervicocarcinoma. Infatti, alcuni test sono troppo sensibili, cioè danno risultato "positivo" in presenza anche di pochissime copie di HPV. I test validati per lo screening, invece, diventano "positivi" solo in presenza di un numero elevatissimo di copie di HPV.

La differenza sta nel fatto che poche copie di virus sono insignificanti da un punto di vista clinico e determinano solo allarmismo ingiustificato. I test così sensibili sono utilizzati in microbiologia per far diagnosi, ad esempio, di HIV e rispondono ad una domanda precisa: c'è o non c'è il virus?. 

Ma l'HPV-DNA test non è un test diagnostico di microbiologia, ma un test di rischio oncologico, cioè un test di screening. Non ci interessa sapere "semplicemente" se c'è l'HPV, ma se ce n'è una quantità tale che si possa essere in presenza di una lesione pre-tumorale (vero ed unico obiettivo del test). Pertanto, chiedi le giuste informazioni al tuo ginecologo di fiducia.

L'introduzione nella pratica quotidiana di un nuovo test o, per meglio dire in questo caso, di una nuova strategia di prevenzione, comporta sempre dei lunghi tempi di attuazione. Le figure professionali devono entrare nel merito delle nuove acquisizioni, e questo solleva (come è logico aspettarsi) dubbi, timori e perplessità.

D'altra parte  bisogna ricordare che il pap-test è stato elaborato negli anni '40, ma i primi screening (nei Paesi dell'Europa Settentrionale) sono stati attivati negli anni '50 e '60, ed in Italia i programmi organizzati sono iniziati negli anni '90. Insomma, il tempo è una variabile che metteremo in conto anche per ottenere la piena accettazione dell'HPV-test.

Non c'è alcuna indicazione clinica ufficialmente validata per eseguire l'HPV-DNA test al di fuori della cervice uterina!

Il motivo è molto semplice: perchè questo test è stato messo a punto SOLO per selezionare le donne a rischio per lesioni pre-tumorali della cervice uterina, e pertanto SOLO fare prevenzione del cervicocarcioma. Quindi non si devono eseguire HPV-DNA test in aree anatomiche al di fuori del collo dell'utero (escluse le sperimentazioni cliniche) perchè non esiste alcuna validazione internazionale e alcun dato scientifico che l'esecuzione del test possa essere utile per fare prevenzione di quel determinato tumore. 

Con il tempo i risultati di studi sperimentali (tuttora oggetto di verifica) ci diranno se e come utilizzare nella routine HPV-test in altre situazioni cliniche.

L'utilizzo dell'HPV-test trova formalmente indicazione in:

1- donne con pap-test ASCUS, condizione in cui la positività al papillomavirus seleziona i casi da inviare a successivo approfondimento con colposcopia. In altre parole, l'HPV-test è un test di triage, cioè di classificazione di tutte le donne con ASCUS in quelle con alta priorità per ulteriori accertamenti (a maggior rischio di lesioni pretumorali) oppure no. In quest'ultimo caso la donna viene rinviata ad un normale intervallo di screening.

2- donne trattate per CIN2-3. La positività all'HPV-test è un indicatore di recidiva. In altre parole, la negatività del test dopo 6 mesi dalla terapia (di solito conizzazione o LEEP) indica un rischio bassissimo di recidiva della malattia (o di persistenza), mentre la positività è indice di rischio aumentato. Anche in questa occasione la positività deve inviare la donna a colposcopia.

L'utilizzo dell'HPV-test trova anche indicazione nelle donne con pap LSIL oltre i 35 anni e con pap AGC. Quest'ultima è una condizione poco frequente, ma piuttosto complessa, che può corrispondere a lesioni benigne, quanto a pretumorali o francamente invasive.

L’HPV è un virus che si trasmette prevalentemente per via sessuale e causa un'infezione che può interessare cute e mucose ano-genitali e dell'orofaringe (tonsille e parte posteriore della gola). Ci sono molti tipi di HPV: quelli a basso-rischio (HPV 6, 11...) che causano il condiloma genitale e la papillomatosi laringea ricorrente, e quelli ad alto-rischio (che possono causare il cancro della cervice uterina e di altre sedi ano-genitali ed orofaringea, in entrambi i sessi). 

Sono descritte due tipologie di cancro dell'orofaringe: quella "storicamente" legata al fumo e alcol, e quella HPV-correlata. Quest'ultimo è da considerare tra le principali cause, in costante aumento nel tempo, specialmente nei Paesi Industrializzati. Al momento attuale, non ci sono evidenze scientifiche che lo screening con HPV-test possa modificare il cancro dell'orofaringe. 

L’HPV si trasmette praticando sesso orale. Tuttavia, si può contrarre l’ infezione attraverso altre vie. Praticare sesso orale e avere molti partner sessuali orali può aumentare le probabilità di infezione da HPV. Tuttavia, avere una infezione orale da HPV NON significa che il vostro partner è stato/è infedele e non suggerisce alcuna ipotesi di promiscuità. Molte persone con cancro dell'orofaringea HPV-correalto hanno avuto nella loro vita solo partner con cui hanno praticato sesso orale.

E' verosimile che molte persone, nell'arco della loro vita, entrano o potranno entrare in contatto con il virus. Circa il 10% degli uomini e il 3,6% delle donne negli Stati Uniti presentano un’infezione orale da HPV ed è più comunemente frequente in età avanzata. La maggior parte delle persone supera le infezioni entro un anno o due, ma in altri persiste. Nella stragrande maggioranza dei casi l'infezione orofaringea (così come quella genitale) non porta alcuna conseguenza.

L’ HPV orale NON è trasmesso attraverso la condivisione di bevande o baci sulla guancia, e pertanto non c'è pericolo per familiari ed amici. Non sappiamo se baci a bocca aperta possano trasmettere l’HPV. Per i partner di persone con cancro dell’orofaringe positivo all’HPV probabilmente c'è stata già la condivisione del virus, quindi non è necessario cambiare il comportamento sessuale. In questo senso va ricordato che le partner devono sottoporsi ad un regolare screening della cervice.

Molti pazienti con cancro dell'orofaringe HPV-positivo, dopo il trattamento non hanno più infezioni da HPV rilevabili in bocca e pertanto non trasmettono più nulla.

Non sappiamo quanto tempo decorre dalla prima infezione da HPV al cancro orale, tuttavia questo richiede molti anni. Sappiamo inoltre che alcune persone sono entrate in contatto con il virus 15 anni o più prima di manifestare la patologia.

I pazienti con tumori HPV-positivi di solito rispondono meglio alla terapia e vivono più a lungo, in media, rispetto alle persone con cancro dell'orofaringe senza infezione da HPV. Tuttavia, i pazienti che attualmente fumano tabacco o hanno fumato per lungo tempo in passato, non vivono così tanto a lungo quanto i pazienti che non hanno mai fumato. I pazienti che sono attualmente fumatori dovrebbero considerare l’ipotesi di smettere.

Il vaccino è di prevenzione e non ha azioni terapeutiche (cioè non aiuta a debellare una infezione da HPV in corso e ancor meno un cancro legato all'HPV). E' raccomandato per tutti i pazienti dai 9 ai 26 anni, ma anche i soggetti più adulti ne possono beneficiare.

Benchè al momento non vi sia indicazione per la prevenzione del cancro dell'orofaringe, è ragionevole pensare che i soggetti vaccinati saranno meno a rischio della poplazione generale.

Ovviamente non si trasmette in tumore! Si può trasmettere il virus, ma anche questo non equivale all'insorgenza del cancro dell'orofaringe che, peraltro, rimane molto raro tra coniugi. Come al solito, parlando di malattie a carattere infettivo, ciò che fa la differenza non è tanto il microrganismo coinvolto, quanto le condizioni anatomiche ed immunologiche che consentono a quel germe di manifestarsi.

Ricorda che siamo totalmente immersi in una quantità di microrganismi. Anche ora che stai leggendo al computer, la tua bocca per esempio, o le tue mani sono piene di germi, ma non hai alcuna patologia in atto. Comunque, non ci pensare proprio!

I vaccini contro il virus HPV attualmente disponibili sono due:

• vaccino quadrivalente, che protegge contro i genotipi 6-11 dell’HPV, responsabili del 90% dei condilomi, e contro i genotipi 16 e 18 responsabili di circa il 70-75% dei cancri della cervice uterina e altri cancri della sfera ano-genitale di entrambi i sessi.

• vaccino bivalente, protegge contro i genotipi 16 e 18, responsabili di circa il 70-75% dei casi di carcinoma della cervice uterina, e altri cancri della sfera ano-genitale di entrambi i sessi.

I vaccini sono somministrati gratuitamente dalle ASL, su chiamata diretta, alle bambine tra gli 11 e i 12 anni.

Al momento attuale le indicazioni cliniche sono differenziate a seconda del tipo di vaccino: 

VACCINO QUADRIVALENTE: indicato per l’impiego a partire dai 9 anni per la prevenzione di:

  • lesioni precancerose genitali (del collo dell’utero, della vulva e della vagina) e relativi cancri (collo dell'utero, vulva, vagina);
  • lesioni precancerose anali e cancri anali causati da vari tipi oncogenici di Papillomavirus Umano (HPV) nella donna e nell'uomo;
  • lesioni genitali (condilomi acuminati) causate da tipi specifici di HPV, nella donna e nell'uomo.

VACCINO BIVALENTE: da somministrare dai 9 anni di età per la prevenzione delle lesioni genitali precancerose genitali (della cervice uterina, della vulva e della vagina) e del cancro della cervice uterina causati da determinati Papilloma Virus umani (HPV) oncogeni.

L'Italia è stato il prima Paese a lanciare il programma di vaccinazione per offerta attiva e gratuita rivolta alle bambine tra 11 e i 12 anni di età.

La somministrazione del vaccino a questa età è vantaggiosa perché la risposta immunitaria è maggiore di quella osservata nelle donne in altre fasce di età.

Alcune Regioni hanno programmato un'offerta attiva anche per altre coorti di donne. Al momento attuale, per esempio, 9 Regioni hanno optato per una seconda coorte (due al 18° anno, quattro al 16° anno e due al 15° anno) o aggiungendone tre (Basilicata: 15°, 18°, 25° anno).

Infine, alcune Regioni (come la Puglia) inizierà a breve la vaccinazione anche del maschio, realizzando quindi una vera vaccinazione universale per l'HPV.

Confronta anche "Vaccini e vaccinazioni"

I vaccini HPV, sia bivalente che quadrivalente, sono somministrati per via intramuscolare (nel muscolo deltoide, cioè la parte alta del braccio) secondo uno schema che dipende dall'età e dal tipo di vaccino:

Vaccino quadrivalente
• persone di entrambi i sessi dai 9 ai 13 anni di età inclusi: due dosi a 0 e 6 mesi rispettivamente. Questo vaccino può essere somministrato anche secondo una schedula a 3 dosi (0, 2, 6 mesi: la seconda dose ad almeno 1 mese dalla prima dose e la terza dose almeno 3 mesi dopo la seconda dose; le tre dosi devono essere somministrate entro un periodo di 1 anno).
• persone di entrambi i sessi, di età pari o superiore a 14 anni e fino a 45: tre dosi a 0, 2, 6 mesi rispettivamente; la seconda dose ad almeno 1 mese dalla prima dose e la terza dose almeno 3 mesi dopo la seconda dose; le tre dosi devono essere somministrate entro un periodo di 1 anno.

Vaccino bivalente
• dai 9 ai 14 anni inclusi: due dosi a 0 e 6 mesi rispettivamente; la seconda dose deve essere somministrata da 5 a 7 mesi dopo la prima dose
• dai 15 anni e oltre: tre dosi a 0, 1, 6 mesi rispettivamente; la seconda dose deve essere somministrata da 1 a 2,5 mesi dopo la prima dose, la terza dose da 5 a 12 mesi dopo la prima dose. una dose iniziale e un richiamo, entro i sei mesi dalla prima dose.

, perchè anche nella popolazione maschile l'infezione da HPV a basso-rischio può causare l'insorgenza di patologia benigna (come la condilomatosi genitale) o l'infezione da virus ad alto-rischio (quasi sempre il genotipo 16) può causare la patologia tumorale: cancro dell'ano, del pene o parte dei cancri dell'orofaringe. La vaccinazione protegge quindi anche i maschi dall'infezione da papillomatosi, riducendo inoltre la trasmissione del virus alla/al partner.

Alcune Regioni (come la Puglia) hanno programmato la vaccinazione universale, comprendente quindi sia le ragazze che i ragazzi di 12 anni.

Confronta anche "La vaccinazione nel maschio"

I due vaccini presenti in commercio sono elaborati con tecnologia DNA-ricombinante, per cui non contengono virus uccisi o attenuati e, pertanto, non possono provocare malattia da HPV.

Inoltre, numerosi Enti ed Istituzioni nazionali e sovranazionali verificano costantemente la sicurezza dei due vaccini. Alla data di giugno 2013 si stima che fossero state erogate oltre 175 milioni di dosi in tutto il mondo, e l'Organizzazione Mondiale della Sanità (pur nella presenza di alcuni effetti collaterali, alcuni dei quali da esplorare meglio in studi ad hoc) ha recentemente sottolineato la sicurezza dei vaccini HPV.

Confronta il capitolo "Sicurezza e Tollerabilità" e il documento in inglese dell'OMS "Global Advisory Committee on Vaccine Safety, report of meeting held 12-13 June 2013"

No. Infatti, è necessario ricordare che il vaccino non sostituisce lo screening periodico della cervice uterina (raccomandato tra i 25 e i 64 anni) perchè protegge dalle lesioni causate solo da due genotipi virali (ancorché i più importanti), responsabili del 70% dei cancri invasivi. L'integrazione della vaccinazione con lo screening (con Pap-test o ancor meglio con l'HPV-DNA test) offre un irrinunciabile complemento di protezione.

Noi sappiamo che all'inizio di qualunque programma di nuova vaccinazione (come nel caso dell'HPV) non si conosce la durata di protezione. Cioè, con il tempo e la continua sorveglianza medica verificheremo il mantenimento o l'eventuale perdita di protezione.

Però, al momento sappiamo che, dopo poco meno di 9 anni dall'inizio della sperimentazione ,entrambi i vaccini mantengono un'elevatissima protezione. Questo è dimostrato dal mantenimento di alti livelli anticorpali, dai dati clinici a disposizione e anche dalla certezza del ruolo della memoria immunitaria. Quest'ultima si evoca quando, pur nella riduzione degli anticorpi, l'individuo entra in contatto con il virus e una cascata di eventi immunitari (dovuti alle cellule B di memoria) riprende a generare gli anticorpi specifici e, quindi, a proteggere.

, e ti spiego perchè. Una delle caratteristiche di questa infezione è di rendersi “poco visibile” al nostro sistema immunitario. Solo la metà delle donne infette (ma anche degli uomini) sviluppa anticorpi che peraltro, col tempo, tendono spesso anche a scomparire.

Questo vuol dire che dopo l’infezione non c’è protezione, almeno non in tutte le donne e non si sa per quanto tempo. Questo è il motivo per cui l’infezione può ritornare, anche a causa del medesimo tipo di HPV, ed è il presupposto per la vaccinazione anche in età adulta e dopo trattamenti per patologie da HPV. Per esempio, in IFO pratichiamo la vaccinazione HPV nelle donne sottoposte a conizzazione per CIN2-3, poiché la produzione anticorpale dovuta al vaccino si potrà tradurre in maggior protezione per quella donna.

Nell'infezione naturale l'HPV rimane nello spessore dell'epitelio cervicale, lontano dai linfonodi, dal sistema immunitario e non ha mai una fase viremica (cioè non entra mai nel sangue). Questo si traduce nel fatto che l'infezione passa, per lo più, ignorata dal sistema di sorveglianza immunitario. Ecco perchè solo la metà circa delle persone che vengono in contatto col virus producono anticorpi.

La vaccinazione, invece, è estremamente più protettiva per tre motivi: 1- le VPLs (cioè le parti costitutive del vaccino) sono più immunogeniche del virus naturale, cioè generano più anticorpi; 2- l'adiuvante utilizzato favorisce una grande produzione anticorpale; 3- la somministrazione intramuscolare porta il vaccino a diretto contatto con il sistema immunitario, provocando un'esplosione anticorpale.

Per l'obiettivo primario della vaccinazione, cioè la riduzione del cancro della cervice uterina, dovremo aspettare almeno ancora 10-15 anni perchè la storia di questo tumore è molto lunga. Però sono già stati riportati (per entrambi i vaccini) degli ottimi risultati per alcuni obiettivi intermedi, come la riduzione dei genotipi virali HPV 16 e 18 a livello cervico-vaginale. Anche in sede orofaringea, dopo vaccino bivalente, è stata riportata una elevata riduzione dei genotipi ad alto-rischio.

Inoltre, è stata dimostrata l'efficacia del vaccino quadrivalente in merito alla drastica riduzione (sino a -90%) dell'insorgenza dei condilomi ano-genitali.